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Categoria: Psicologia

NEUROFEEDBACK THERAPY

Le ultime frontiere nel campo delle neuroscienze applicate

Intervista alla Dott.ssa Cristina Rosso psicologa-psicoterapeuta specialista in Neurofeedback.

Che cos’è il Neurofeedback?

Il Neurofeedback è uno strumento che permette alle persone di imparare ad autoregolare la propria attività cerebrale.

Il Neurofeedback deriva dal Biofeedback. Il Biofeedback è uno strumento che permette di imparare ad autoregolare alcune variabili fisiologiche come ad es. la frequenza cardiaca, la respirazione, la tensione muscolare, ecc… Uno strumento molto utilizzato in ambito clinico. Una persona, ad esempio, che soffre di tachicardia può, attraverso il Biofeedback, imparare a ridurre la propria frequenza cardiaca. Oppure una persona che soffre di cefalea muscolo-tensiva può imparare a ridurre la propria tensione muscolare.
Il Neurofeedback funziona sullo stesso principio del Biofeedback, soltanto che utilizza una variabile differente rappresentata, in questo caso, dalle onde cerebrali. Attraverso il training di Neurofeedback noi impariamo ad autoregolare la nostra attività cerebrale. Questo significa che, imparando ad autoregolare la nostra attività cerebrale, impariamo ad autoregolare i nostri stati mentali ed emotivi. Tutto questo è possibile perché esiste una corrispondenza tra stato mentale e attività cerebrale, quindi andremo a modificare l’attività cerebrale per modificare lo stato mentale ed emotivo.

Il meccanismo di autoregolazione avviene attraverso il feedback (da qui il termine Neuro-feedbak), cioè un’informazione di ritorno. Ovvero quando una persona raggiunge un determinato “stato desiderato” (es. uno stato di concentrazione o rilassamento) riceve un feedback che può essere un suono, un’animazione che informa la persona che sta facendo la cosa giusta, cioè che sta raggiungendo e mantenendo quello stato. In questo modo il cervello, attraverso questo meccanismo continuo di feedback, impara adautoregolare se stesso, chiaramente in funzione degli obiettivi che vengono prefissati nel corso dell’intervento terapeutico.

Su che cosa si basa il Neurofeedback?

Il Neurofeedback si basa sulla NEUROPLASTICITA’, cioè la capacità del nostro cervello di cambiare e riorganizzarsi attraverso l’esperienza.

Questo è un concetto molto importante. Noi sappiamo che “esperienze negative” (traumi emotivi, modalità affettive e relazionali disfunzionali e disorganizzate, condizioni croniche di stress, e sappiamo che lo stress, oggi, purtroppo, è una realtà molto presente nelle nostre vite) possono creare dei pattern cerebrali disfunzionali.

Che cosa significa questo? Che l’esperienza, nel senso più ampio del termine, influenza il funzionamento del nostro cervello sia da un punto di vista strutturale sia da un punto di vista dei ritmi di base del nostro cervello. Tutto quello che noi siamo, il nostro modo di pensare, di comportarci, di relazionarci, il nostro modo di gestire le emozioni o il nostro dialogo interiore, sono uno specchio, in un certo qual modo, del funzionamento del nostro cervello che si è organizzato e strutturato in un determinato modo a seconda delle esperienze cha ha fatto. Quindi l’esperienza impatta sulla strutturazione e funzionalità del nostro cervello.

Attraverso il Neurofeedback abbiamo accesso non solo alla “lettura” elettroencefalografica di queste esperienze ma abbiamo soprattutto la possibilità di intervenire andando a ripristinare una condizione di equilibrio.

Il Neurofeedback ci permette di aiutare il cervello a riorganizzarsi in modo più efficace e in tempi brevi. Andiamo a lavorare direttamente alla fonte. “Andiamo a cambiare il cervello per cambiare la mente” (cit. S. B. Fisher).

Cosa significa questo? Noi partiamo dal presupposto che esista una relazione tra sintomo (ansia, depressione, ecc..) e una specifica attività elettroencefalografica. Quindi noi andiamo a modificare l’attività elettroencefalografica per ridurre il sintomo.

Se io ho l’ansia mi aspetto un certo pattern elettroencefalografico, andremo pertanto a modificare quel pattern per ridurre l’ansia. Questa è la dinamica di fondo su cui lavora il Neurofeedback.

Come viene progettato un training di Neurofeedback?

La progettazione di un training è un po’ come cucire un abito su misura. Il training deve essere calato sulle caratteristiche della persona, la sua storia, le sue esperienze di vita, la sintomatologia che presenta. Quindi faremo sia una valutazione clinica che elettroencefalografica dove, in quest’ultimo caso, andremo a registrare l’attività elettroencefalografica per qualche minuto in condizioni di riposo. In questa fase di valutazione la persona viene fatta accomodare su una poltrona, le vengono apposti sullo scalpo dei sensori (procedura assolutamente indolore e non invasiva) e le viene chiesto molto semplicemente di rilassarsi per qualche minuto.

In questo modo otteniamo un profilo di base che verrà integrato con le informazioni relative alla storia e alla sintomatologia clinica del paziente. I sensori rilevano il bio-segnale elettrico il quale viene amplificato e visualizzato sullo schermo.

Cosa succede in una seduta di Neurofeeedback?

La persona viene fatta accomodare su una poltrona, le vengono apposti sullo scalpo i sensori che permetteranno alla persona di vedere in tempo reale, sul monitor del computer, il proprio funzionamento cerebrale. Sulla base della valutazione fatta in precedenza verranno selezionati determinati parametri che verranno visualizzati sullo schermo sottoforma di animazioni (videogiochi o video o anche solo dei suoni).

Questi parametri sono sostanzialmente le frequenze d’onda che andremo ad aumentare o diminuire, in termini di velocità e ampiezza, a seconda dei risultati della valutazione fatta, delle problematiche presentate dal paziente, nonché dagli obiettivi prefissati.

Queste animazioni funzionano solo se la persona raggiunge e mantiene un determinato stato desiderato (attenzione, rilassamento, ecc). Quindi se riesce a mantenere lo stato desiderato l’animazione “va avanti”, se esce dallo stato desiderato, perché magari si distrae o si irrigidisce o magari entra in loop con i suoi pensieri, l’animazione si ferma. In questo modo il cervello è continuamente informato sul suo stato e questo feedback, in tempo reale, è il processo che sta alla base dell’apprendimento di competenze di autoregolazione mentale ed emotiva.

In sostanza stiamo parlando di un allenamento che permette al paziente di modificare la propria attività cerebrale in funzione della definizione degli obiettivi.

Qual è la durata di una sessione e in linea generale la durata di un training?

Ogni singola sessione va dai 20 ai 30 minuti una volta che l’attrezzatura è stata collegata. La frequenza è di circa una volta a settimana.

La durata di un training è in funzione del quadro clinico e degli obiettivi che si vogliono raggiungere. Si va comunque da un minimo di 10 sedute ad un massimo di più di 40 sessioni di training. E’ chiaro che tutto deve essere progettato in funzione del quadro clinico.

Ad esempio per ansia e insonnia la durata può essere di 15-20 sedute.

In linea generale si riscontrano benefici già dalle prime sedute.

Per i disturbi dell’apprendimento o l’ADHD si va dalle 20 alle 40 sedute a seconda della gravità del problema.

Nel trattamento di condizioni molto complesse o quando sono presenti più disturbi, un trainer non può sempre stabilire in anticipo quante sessioni di trattamento dovranno essere fatte.

In quali casi si può utilizzare il Neurofeedback?

Il ventaglio clinico di intervento del Neurofeedback è molto ampio: disturbo da deficit di attenzione iperattività, disturbi dell’apprendimento (che sappiamo essere, purtroppo, una realtà molto diffusa tra i nostri bambini), epilessia, ansia (ansia generalizzata, attacchi di panico, fobie), depressione, disturbo ossessivo compulsivo, alcolismo, dipendenza da sostanze, traumi emotivi/PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress), insonnia, riabilitazione cognitiva per traumi cranici, ictus, demenze, autismo, acufene, Sindrome di Tourette (sindrome neurologica caratterizzata da tic involontari e ripetitivi).

Il Neurofeedback viene inoltre utilizzato per migliorare le performance cognitive nello studio, nello sport, in ambito lavorativo manageriale e per migliorare la memoria. Pertanto non solo in ambito clinico, ma anche da persone che stanno bene e che vogliono migliorare le proprie performance.

Numerose ricerche e sperimentazioni hanno riconosciuto il Neurofeedback come uno tra i trattamenti più efficaci per l’ADHD.

Con chi può essere utilizzato?

Sostanzialmente con tutti, bambini, adolescenti, adulti, anziani.

Ci sono effetti collaterali?

No, addirittura può portare ad una riduzione dell’assunzione farmacologica.

I benefici sono duraturi nel tempo?

Si, ci sono studi che confermano la stabilità dei risultati anche a distanza di 10 anni. I benefici sono il risultato di un processo di apprendimento che coinvolge abilità di autoregolazione.

Chi è il trainer di Neurofeedback?

Il Neurofeedback deve essere condotto da qualcuno con esperienza specializzata.

Il trainer di Neurofeedback è generalmente uno psicologo, psicoterapeuta o medico con formazione specializzata nell’ambito della psicofisiologia o delle neuroscienze applicate.

Il trainer deve aver seguito una formazione specifica (che non solo ti abilita all’utilizzo pratico dello strumento, ma una formazione che comporta anche l’acquisizione di competenze di tipo clinico) e in più deve aver conseguito una certificazione, quindi una idoneità, che andrà a comprovare competenze teoriche, pratiche e cliniche.

Al mondo esistono solo due enti di ricerca e formazione che certificano gli operatori di Neurofeedback: BCIA Biofeedback Certification International Alliance e BFE Biofeedback Federation of Europe.

Per l’elenco degli operatori certificati BFE clicca qui.

Un ringraziamento alla Dott.ssa Rosso per la disponibilità, per chi fosse interessato ad avere ulteriori informazioni può direttamente contattarla.

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Giornata nazionale della psicologia

10 ottobre 2019

La GIORNATA NAZIONALE DELLA PSICOLOGIA, patrocinata dal Ministero della Salute, ha lo scopo di valorizzare e far conoscere maggiormente ai cittadini e alla comunità le potenzialità della Psicologia come scienza e come professione.

L’iniziativa STUDI APERTI si pone come OCCASIONE per favorire l’INCONTRO tra PROFESSIONISTA e CITTADINO.

DAL 7 AL 26 OTTOBRE 2019
PUOI PRENOTARE GRATUITAMENTE
UNO DEI SEGUENTI SERVIZI PSICOLOGICI:
– Primo colloquio

– Valutazione psicofisiologica dello stress
(VIENI A CONOSCERE IL BIOFEEDBACK)

– Incontro teorico-pratico di Respirazione Diaframmatica e
Respiro Consapevole

Dott.ssa Cristina Rosso
Psicologa-Psicoterapeuta
Specialista in Biofeedback e Neurofeedback
Tel. 339 4176380
e-mail: rosso.cristina@libero.it
www.cristinarosso.it

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Giornata nazionale della psicologia

10 ottobre 2018
GIORNATA NAZIONALE DELLA PSICOLOGIA

La GIORNATA NAZIONALE DELLA PSICOLOGIA, patrocinata dal Ministero della Salute, ha lo scopo di valorizzare e far conoscere maggiormente ai cittadini e alla comunità le potenzialità della Psicologia come Scienza e come professione.
L’iniziativa STUDI APERTI si pone come OCCASIONE per favorire l’INCONTRO tra PROFESSIONISTA e CITTADINO.

DALL’8 AL 20 OTTOBRE 2018
PUOI PRENOTARE GRATUITAMENTE
UNO DEI SEGUENTI SERVIZI PSICOLOGICI:

• Primo colloquio
• Valutazione psicofisiologica dello stress
• Incontro teorico-pratico di Respirazione Diaframmatica e Respiro Consapevole

Dott.ssa Cristina Rosso
Psicologa-Psicoterapeuta
Tel. 339 4176380
e-mail: rosso.cristina@libero.it
www.cristinarosso.it

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Training autogeno

ALLENAMENTO AUTOINDOTTO
esercizi di commutazione alla
CALMA E DISTENSIONE e RILASSAMENTO,

… afferma il filosofo Guglielmo da Occam ……
“tutto ciò che può esser fatto con poco inutilmente viene fatto con molto”.

Cosa significa? Che molto spesso l’uomo è un campione nel complicare le cose semplici.

Gli esseri umani hanno la straordinaria capacità di costruire i propri problemi
…… ma se hanno la capacità di costruirli, possono avere anche quella di risolverli senza l’aiuto di un esperto, se questi non sono divenuti patologie ……

Poiché noi siamo gli artefici attivi della nostra realtà, ne deriva che possiamo, entro certi limiti, orientarla anche verso direzioni funzionali e positive.
Possiamo quindi entro certi limiti costruire realtà funzionali positive.
Il Training Autogeno è una tecnica di “rilassamento e commutazione alla calma” nata agli inizi del ‘900, grazie agli studi dello psichiatra tedesco Johannes H.Schultz derivata da tecniche di autoipnosi.
Aveva in sostanza constatato che soggetti opportunamente preparati erano in grado di indurre in se stessi “ autonomamente” uno stato di calma.
Autoinfluenzarsi, producendo cioè in sé stessi uno stato di suggestione, non indotto da altri, ma autoindotto !
Una vera e propria “ commutazione alla calma” riproducibile nel tempo in ogni momento, e sempre più velocemente in quanto la ripetizione degli esercizi, ne produceva la spontaneizzazione.

Spontaneità infatti non è altro che un apprendimento ripetuto fino a quando una diventa acquisizione.

• L’autodistensione da concentrazione,
• il distacco e la commutazione alla calma,
• il riaversi in ogni momento,
• il potenziamento della concentrazione e dell’efficienza,
• il dormir meglio
• una tranquillizzazione generale,
• uno smorzamento della risonanza emozionale,
• un allentamento della tensione psichica interna
sono, tra molti altri, gli obiettivi del Training Autogeno che ci interessano.

Possono essere alla portata di quasi ognuno di noi.
Ovviamente, è bene ricordare che per ottenere i risultati desiderati occorre un sincero interesse nei confronti della tecnica, una buona motivazione personale, un desiderio vero e sincero di miglioramento personale.
Esistono anche controindicazioni al Training Autogeno che si sostanziano principalmente in serie patologie psicologiche , mediche e cardiache.
L’apprendimento del Training Autogeno può fornirci strumenti per aiutarci a migliorare il nostro vissuto quotidiano migliorando la qualità di vita nel rapporto con noi stessi, con gli altri e col mondo.
Possiamo in sostanza indossare nuove lenti di lettura che potrebbero aiutarci a permetterci di vedere diversamente la realtà che costruiamo e poi subiamo.

Il Training Autogeno si compone di esercizi di Grado Inferiore e di Grado Superiore.
Quelli di nostro interesse sono i sei esercizi del Grado Inferiore che sono rispettivamente:
1. atteggiamento alla pesantezza (distensione muscolare)
2. atteggiamento del calore (esperienza di calore con approfondirsi della calma)
3. esperienza del cuore
4. esercizio del respiro (intensifica, calma pesantezza e calore)
5. esercizio del plesso solare ( esercizio addominale che intensifica calma, pesantezza e calore e distende gli organi addominali ..stomaco.. intestino.. ecc.)
6. esercizio della testa (fronte fresca, piacevole distensione – approfondimento della calma).

Mente e corpo non sono unità distinte, autonome e indipendenti, ma correlate strettamente e reciprocamente influenzate.
Su questo assunto si innesta il Training Autogeno , cioè esercizi di concentrazione che producono percezioni fisiche che a loro volta influenzano la psiche producendo effetti. (es. il solo pensiero di cibo quando si ha fame, produce salivazione).

Quindi la distensione corporea
induce
la distensione psichica,
e quindi
commutazione
alla calma e rilassamento.

STRUTTURA DEL CORSO
6 incontri il lunedì alle 19.30
date 1/10 – 8/10 – 15/10 – 22/10 – 5/11 – 12/11.
COSTO: 125 euro

Il corso sarà tenuto da Zecchetti Fausto (Psicologo) e verrà attivato con un minimo di 4 iscritti

Per informazioni Calypso 0522 240157

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Respirazione Diaframmatica e Biofeedback Elettrodermico

Ritrova la tua Salute e il tuo
Benessere attraverso il Respiro Consapevole

Una respirazione funzionalmente e fisiologicamente corretta apporta numerosi e significativi benefici a tutto il sistema psicofisico (vedi articolo L’arte del respiro).

Il Diaframma, una lamina muscolo-tendinea che separa la cavità toracica da quella addominale, ha un ruolo fondamentale nel processo respiratorio, è infatti considerato il muscolo primario della respirazione.


Fig. 1 Il Diaframma

Il suo corretto funzionamento prevede un movimento verso il basso e verso l’alto, rispettivamente ad ogni atto inspiratorio ed espiratorio.


Fig. 2 I movimenti del diaframma

Stili di vita disfunzionali, ansia, stress, dolore, preoccupazioni, conflittualità, traumi emotivi, difficoltà a gestire le emozioni, ecc.. sono alcuni tra i fattori che, con il tempo, possono contribuire ad una perdita di flessibilità ed elasticità del diaframma, le cui conseguenze sono ravvisabili in molteplici problematiche (fisiche, emotive e psicologiche).
Lo stress ha un ruolo chiave in tutto questo processo.

Se sei interessato a migliorare la tua respirazione e vuoi imparare ad utilizzare il respiro come strumento per il tuo benessere, puoi usufruire del Nuovo Servizio di “Respirazione Diaframmatica e Biofeedback Elettrodermico”.

Per approfondimenti sul Servizio scarica la brochure
.

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Ansia: cos’è, come si manifesta, come si mantiene e indicazioni di trattamento

a cura di Dr.ssa Cristina Rosso Psicologa Psicoterapeuta

COMPRENDERE L’ANSIA PER POTERLA GESTIRE
La parola “ansia”, nel nostro contesto storico, sociale e culturale, porta con sé, spesso, una valenza cognitiva di tipo negativo, ovvero la maggior parte delle persone tende a concettualizzare l’ansia come uno stato emotivo negativo, con espressioni del tipo: “Oddio, l’ansia è veramente qualcosa di terribile! Quando ho l’ansia mi sento morire! Farei qualunque cosa per non provare ansia, ecc..”.
Ed è vero, quando l’ansia raggiunge livelli alti diventa qualcosa di insopportabile, di intollerabile, qualcosa da cui davvero vorremmo scappare!! Ma è strano, perché quasi sembra un cane che si morde la coda, più scappiamo dalla nostra ansia e più lei sembra inseguirci!

Ma vediamo di capire che cos’è l’ansia!
L’ansia, al pari delle altre emozioni, come ad esempio la tristezza, la rabbia o la gioia, non è altro che una risposta del nostro organismo ad uno stimolo, ovviamente ci riferiamo ad uno stimolo che, in questo caso, il nostro cervello percepisce come una minaccia, come qualcosa di pericoloso da cui difendersi o da cui scappare. Ci tengo a precisare che il nostro cervello non è in grado di distinguere tra realtà e “finzione”, nel senso che anche solo il pensiero, per il cervello, ha la stessa valenza di unevento reale.
Se vi chiedo di pensare intensamente ad un limone (e per il cervello avere un concetto equivale anche ad avere un’immagine) ad un certo punto inizierete a salivare, proprio come quando prendiamo in mano un limone, iniziamo a tagliarlo ed avvertiamo un aumento della nostra salivazione. Questo per dire che cosa? Che anche il solo pensare a qualcosa, in questo caso ovviamente mi riferisco ad un pensiero a contenuto negativo, può innescare in noi una risposta di tipo ansioso.

Questa risposta come si manifesta?
Si manifesta in quella che nel gergo tecnico viene definita risposta di attivazione, ovvero un insieme di modificazioni di funzioni fisiologiche, che noi avvertiamo sotto forma di sensazioni, la cui finalità è quella di permetterci di affrontare lo stimolo minaccioso.
Vi riporto di seguito le modificazioni fisiologiche correlate al modo in cui noi le avvertiamo, ovvero le nostre sensazioni.

MODIFICAZIONI FISIOLOGICHE SENSAZIONI
• aumento della frequenza respiratoria (sentiamo che il respiro si fa più frequente fino ad arrivare alla sensazione “come se ci mancasse l’aria”);
• aumento della frequenza cardiaca (il cuore batte all’impazzata, tachicardia);
• il sangue viene dirottato ai grossi distretti muscolari (soprattutto arti inferiori, ma anche braccia) e pertanto affluisce minor sangue agli organi interni (avvertiamo tensione e rigidità muscolare, tremori);
• la digestione si ferma (sensazione di nausea o di “nodo allo stomaco”);
• si produce meno saliva (secchezza delle fauci, sensazione di bocca secca).

Questi cambiamenti fisiologici hanno lo scopo utile di permetterci di reagire in modo veloce ed efficiente di fronte ad un pericolo. Ovvero in ogni situazione di allarme, che può essere reale o anche solo immaginata, si genera una specie di risposta di attacco/fuga, cioè questo insieme di modificazioni fisiologiche che preparano il nostro organismo a reagire prontamente al pericolo.
Pertanto l’ansia, ad un livello ottimale, ovvero se non è eccessiva, può essere utile non solo in presenza di un pericolo fisico, ma anche in alcune attività che richiedono impegno, concentrazione, attenzione a non sbagliare, ad esempio prima di un esame o di un colloquio di lavoro. Quindi
l’ansia, se adeguata e non eccessiva, influirà positivamente sulla nostra prestazione. Il problema sorge nel momento in cui l’ansia risulta essere eccessiva e sproporzionata rispetto alla situazione portando ad una possibile compromissione della nostra performance.
Senza addentrarmi in argomentazioni troppo tecniche vi porto un esempio per farvi capire non solo che cos’è l’ansia e come si manifesta, ma soprattutto quali sono i fattori che tendono a mantenere il circolo vizioso dell’ansia. E si tratta realmente di un circolo vizioso, nel senso che ogni fattore innesca un altro fattore che a sua volta mantiene il precedente, come in un vero e proprio circolo vizioso, come si suol dire “il cane che si morde la coda”.

Ma veniamo al nostro esempio.
Devo affrontare un esame (situazione) e inizio a pensare: “Oddio non ce la farò mai, è troppo difficile, l’ultima volta mi è andato male e sicuramente mi andrà male anche questo”. Come vi ho detto sopra, anche il pensiero, soprattutto se a contenuto negativo, equivale per il cervello ad uno stimolo minaccioso.

Quindi, di fronte ad uno stimolo minaccioso, come risponderà il nostro cervello?
Innescando una risposta di attivazione, ovvero di ansia, caratterizzata da quelle modificazioni fisiologiche che abbiamo visto poc’anzi. Quindi inizierà a mancarmi il respiro, mi verrà la tachicardia, inizierò ad irrigidirmi, ecc.. e più “sentirò” la mia ansia più è possibile che inizi a giudicarla asserendo ad esempio: “Non ce la faccio a sopportare queste sensazioni, mi manca l’aria, il cuore che batte forte è una sensazione terribile, ecc..”. E più giudico la mia ansia più essa davvero diventa intollerabile, perché alle sensazioni in sé vi attribuisco una valutazione cognitiva ovvero un giudizio.
E allora che cosa potrò fare per liberarmi dalla mia ansia? Una delle possibilità è che io chiuda il libro e dica: “Vabbè, ma si dai, lo preparo la prossima sessione, tanto sono sicura che mi sarebbe
andato male”. E quale sarà secondo voi nel breve termine il mio stato emotivo? Sarà questo: “Ahhhhhh….l’ansia se ne è andata!!!! Wow! Che bello!”. E il gioco è fatto!

Vediamo di analizzare la dinamica.
Ho deciso di mettere in atto un comportamento (chiudere il libro e rimandare l’esame), influenzato dal mio stato emotivo (ansia) nonché dalla mia valutazione cognitiva della situazione (“non ce la farò”), che nel breve termine ha sì ridotto la mia ansia (rinforzo negativo), ma nel lungo termine questo comportamento (ovvero un comportamento di evitamento) fungerà da fattore di mantenimento nel circolo vizioso dell’ansia.

Perché il comportamento di evitamento funge da fattore di mantenimento dell’ansia?
Perché nel breve termine riduce il mio livello di ansia, e quindi il comportamento stesso è rinforzato dalla riduzione dell’ansia (e il mio cervello dirà “Vedi che hai fatto bene ad evitare l’esame? Adesso non hai più l’ansia”) ma nel lungo termine tale comportamento determinerà un aumento dell’ansia nel momento in cui mi ritroverò ad affrontare la stessa situazione. Se la prima volta la mia ansia era ad esempio 60 (su una scala da 0 a 100), la volta successiva non sarà più 60, ma bensì 70, e la volta successiva ancora sarà 80 e così via. Più evito e più la mia ansia crescerà!
E nel lungo termine tale comportamento tenderà a rinforzare anche il pensiero stesso, ovvero “l’esame è troppo difficile”, ma oltre a rinforzare questo pensiero “superficiale” (cioè che si trova in superficie) andremo anche a convalidare un’idea più profonda di noi stessi, ovvero l’idea di “Non essere abbastanza”, “Non essere abbastanza bravi, abbastanza capaci”, e così via..
E più rinforziamo questa idea di noi, più avremo paura ad affrontare le situazioni, e più avremo paura, più crescerà la nostra ansia, ma ormai abbiamo imparato che l’ansia ci fa paura, che non siamo capaci di affrontarla e più evitiamo più convalidiamo questo meccanismo! In questo senso parlo di circolo vizioso o di cane che si morde la coda.

Indicazioni di trattamento
Ora che abbiamo chiaro come funziona la dinamica dell’ansia: situazione, pensiero, emozione, comportamento (evitamento della situazione che genera ansia), vediamo quali possono essere alcune utili indicazioni al fine di imparare a gestire le nostre emozioni.
Quando parlo di “gestione delle emozioni” mi riferisco ad un processo di modulazione delle stesse che ci permette di affrontare al meglio determinate situazioni. Il nostro obiettivo non è eliminare l’ansia (tra l’altro un obiettivo utopico) quanto piuttosto riportarne il livello di intensità in un range ottimale, che ci permetta quanto più possibile di raggiungere i nostri obiettivi.
Da quanto detto poc’anzi, possiamo quindi intuire come le variabili in gioco siano fondamentalmente tre, ovvero il nostro modo di pensare, le nostre emozioni e i nostri comportamenti. Ed è pertanto su queste tre variabili che possiamo riflettere per apportare cambiamenti.
Innanzitutto ciò che possiamo fare è iniziare a prendere consapevolezza del nostro modo di pensare, ovvero della nostra tendenza a “leggere” le situazioni in un determinato modo e ad attribuire ad esse un particolare significato.

Avere consapevolezza di come la nostra mente funziona è il primo passo per acquisire su di essa un certo “controllo”. A tal fine, nel momento in cui avvertiamo una particolare emozione o un certo malessere, può essere utile porsi una domanda molto semplice: “Che cosa mi sta passando per la mente ora?”. Porsi questa domanda consente di fare un primo passo fondamentale, ovvero puntare il riflettore della consapevolezza su come la nostra mente tende ad elaborare le informazioni, modalità della quale spesso ne siamo poco consapevoli.
In secondo luogo possiamo fermarci e “sentire” come questo modo di pensare si riflette in un determinato stato emotivo, come questo stato emotivo si manifesta in specifiche sensazioni fisiche (batticuore, respiro affannoso, tensione muscolare, ecc..). La capacità di riconoscere e identificare specifiche sensazioni fisiche è il primo passo verso la gestione delle stesse.

Ciò significa che posso gestire solo qualcosa che conosco. E quindi identificare, riconoscere, dare un nome e “fare spazio” a queste stesse sensazioni ne permette il controllo. Decidiamo di non scappare, di non aver paura del nostro corpo, ma anzi, ci mettiamo nella condizione di aprirci al nostro corpo, di fare spazio a ciò che c’è, lasciare che le cose avvengano. Paradossalmente è proprio il “non controllo” che mi permette di acquisire un “controllo”.

E per ultimo, ma non per questo meno importante, possiamo lavorare sul nostro modo di agire e comportarci. Essere consapevoli del ruolo dell’evitamento come fattore di mantenimento del circolo vizioso dell’ansia, ci porta a riflettere su quale potrebbe essere una strategia ottimale al fine di spezzare questo circolo vizioso, ovvero cercare di fare il contrario di ciò che fino ad ora la nostra ansia ci ha suggerito di fare! Se fino ad ora la mia ansia mi diceva “Scappa”, ora invece provo ad avvicinarmi e magari provo a farlo in modo graduale, organizzando un piccolo passo alla volta.

Si tratta ovviamente di brevi indicazioni terapeutiche che in un certo qual modo rappresentano la punta dell’iceberg dell’approccio cognitivo-comportamentale.

Personalmente però ritengo che la curiosità verso noi stessi, l’informazione, la conoscenza, la voglia di imparare su di noi e sugli altri rappresentino i trampolini di lancio verso la libertà, la comprensione, la consapevolezza, la scelta di chi vogliamo essere!

Spero che questo breve articolo abbia stimolato in voi la curiosità e la voglia di aprirvi, senza giudizio e paure, al vostro mondo interiore.

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